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Vorrei, ma se potrei, farei...

Vorrei tanto scrivere la recensione di StarCraft 2 che ho annunciato settimane fa; vorrei tanto pubblicare un post di quelli incazzosi che buttano merda su <inserire testo random>; vorrei tanto postare una marea di foto di nippo-tette da causarvi un'overdose...
Ma purtroppo sono bloccato da uno strappo inguinale rimediato alla partita di ieri sera...
Motivo in più per stare fermo e scrivere qualcosa? forse, ma ho anche molte altre cose da fare, e non posso permettermi di stare appresso a tutte.
Non me ne vado mica, sia chiaro! Anzi, tornerò presto, appena miglioreranno la gamba e, conseguentemente, l'umore... ma per ora vi lascio alla prima parte di un racconto scritto l'anno scorso!
Buona lettura!!!

P.s.: chi se lo chiede, il titolo del post è intenzionale! Lo so che si scrive "potrebbi"...

Everest - Parte 1


Mi sveglio che sono gia le 4 del pomeriggio. Apro gli occhi, ed osservo il soffitto, macchiato qua e la dall’umidità. Uno spiffero leggero mi ricorda che ho lasciato aperta la finestra anche stanotte. Come se bastasse questo pensiero, il naso comincia a pizzicarmi, e mi tiro improvvisamente su a sedere starnutendo rumorosamente. Tiro su col naso e mi guardo intorno. Il mio appartamento è disordinato come sempre. Nonostante sia un trivano in cui abito da solo, sembra che una tribù di indiani si sia accampata ed abbia appeso pellicce dappertutto.
Sul comodino, la sveglia lampeggia, segnando le 12. Fantastico, è nuovamente mancata la luce. Dovrò nuovamente lamentarmi con il custode. E lui nuovamente mi dirà che è colpa dell’impianto elettrico del palazzo, che è vecchio e che andrebbe rifatto da zero.
Mentre ci penso mi guardo intorno, alla ricerca dei miei pantaloni. Non ricordo dove li ho messi, evidentemente ieri sera ho bevuto troppo. Come se fossi stato ad un party.
E invece no. Sono stato tutta la sera davanti alla mia Everest, aspettando che mi venisse in mente un modo in cui iniziare il mio romanzo. Si, il romanzo. Quello che mi farà sfondare e mi farà diventare ricco.
Mi alzo, vado in bagno a darmi una lavata. Il bagno è sporco e sul pavimento c’è troppa umidità. Apro la finestra del bagno, come se bastasse quel minuscolo spiraglio ad asciugare l’acqua che c’è per terra. Apro il rubinetto e mi lavo la faccia. Alzo lo sguardo verso lo specchio, senza asciugarmi. L’acqua scivola sul mio viso, ostacolata da una barba ispida di una settimana. Maledizione, non ho voglia di radermi. Devo scrivere. Si, devo scrivere il romanzo.
Sei patetico Matt. Alla tua età credi ancora nei sogni.

Dieci minuti più tardi sono seduto alla scrivania, con la mia Everest davanti ed una grossa tazza di caffè. Sfioro i tasti della macchina da scrivere, come se accarezzassi la pelle di una donna. La guardo come se stessi osservando con desiderio una donna. Le parlo, come se stessi corteggiando una donna. E lei rimane ferma, silenziosa, impassibile. Lei mi scruta fredda, come una donna.
Ok, sono pronto.
Sistemo il cuscino sulla sedia, mi siedo composto e metto la schiena dritta. Poi faccio schioccare le mani ed il collo.
Ora iniziamo.
Allungo le mani sui tasti della Everest, pronto a spingerli, per imprimere sul foglio i pensieri e le storie che la mia mente fabbricherà.
Rimango in attesa di un input, mentre lascio i pensieri liberi di vagare, alla ricerca di uno spunto. Rimango così per mezz’ora.
Poi, spazientito, mi alzo dalla sedia, prendo la mia tazza di caffè ancora piena e mi allontano dalla macchina da scrivere.
Forse mi serve un poco di distrazione.

Colgo l’idea al volo, in modo da non avere ripensamenti. Vado alla porta, prendo il cappotto dall’attaccapanni ed il portafogli dal cassetto della scrivania. Poi apro la porta ed esco. In pochi minuti sono nell’atrio del palazzo, e subito dopo le strade di Manhattan si spalancano al mio sguardo, piene di macchine, autobus, pedoni: un rilassante caos.
Comincio a camminare, prendendo una direzione a caso. Poi mi accorgo che l’abitudine mi ha portato a prendere una strada tutt’altro che casuale: la strada del parco.
Venti minuti e 1 Kilometro più tardi arrivo al parco. La calda giornata estiva mi ha fatto sudare, perciò mi prendo un gelato da un venditore ambulante. Poi mi siedo in una panchina e cerco di rilassarmi.
Ma nonostante la bella giornata, il gelato ed il parco, non riesco a distrarmi granchè.
Sono ormai 2 mesi che combatto contro quella pagina bianca, e non sono riuscito a scrivere nient’altro che “Capitolo 1”.
Chissà come fanno i vari King, Smith, Follet... E dire che loro avranno pure una scadenza per consegnare i lavori. Gia, meno male che non ho una scadenza da rispettare.
Ho tutto il tempo che voglio per scrivere il mio racconto. Solo che se continuo così morirò senza aver scritto nient’altro che “Capitolo 1”.
Scoppio a ridere, al pensiero che un romanzo simile possa anche solo essere immaginato come “incompiuto”, anche se effettivamente non mi vengono in mente altri termini per descriverlo.
Finisco il gelato, e mentre guardo gli uccelli, che volteggiano liberi nel cielo, mi accorgo di invidiare King e colleghi.

Rimango al parco sino alle 6, poi quando il sole comincia a sparire all’orizzonte prendo la strada di casa.
Mezz’ora dopo sono di nuovo seduto davanti alla Everest. Da buon Ariete la cocciutaggine è una mia caratteristica. Fisso il foglio bianco per un bel po’. Il mio stomaco comincia a brontolare, riportandomi con i piedi per terra. Mi convinco a mangiare qualcosa, forse a stomaco pieno si lavora meglio. Forse.
Dopo cena la situazione non è cambiata. Sempre foglio bianco. Sempre “Capitolo 1”. Sempre nessuna idea.
Ormai è passata mezzanotte, le gambe mi formicolano per la prolungata immobilità.
Mi alzo per sgranchirle e per allontanarmi da quel maledetto foglio bianco.
Gia che ci sono vado in cucina e mi prendo una birra. Mi scolo una lattina davanti al frigo, ne prendo altre tre, e ne bevo un’altra quasi per intero prima di tornare alla scrivania. E mi trovo a pensare a quando ho cominciato a bere, appena 1 mese fa, nella speranza di evadere dalla realtà, per fuggire dal bianco troppo puro di quello stramaledetto foglio che non so come riempire.
Ed eccomi qui, un 26enne disoccupato, quasi alcolizzato, con il sogno di diventare scrittore. Improvvisamente il quadro della mia vita si forma davanti ai miei occhi, ed io non posso fare a meno di osservarlo e provare disgusto.
Quanto hai realizzato nella tua vita, Matt?
Quanti obiettivi ti sei prefisso ed hai portato a compimento?
Nessuno.
Ed ora stai qui, a dichiarare la tua resa davanti ad un foglio bianco. Guardalo. Guarda come sta beato, tra i rulli della Everest. Guarda come si diverte a schernirti.
E improvvisamente mi accorgo di essere in piedi, e sto guardando il foglio.
Lo vedo VERAMENTE ridere di me.
Poi scopro di essere sbronzo, e faccio tutto senza poterlo impedire, come se fossi semplicemente uno spettatore. Sollevo la macchina da scrivere e la scaglio violentemente sul pavimento, dove in un tonfo sordo si piega e si spacca, perdendo vari pezzi.
Sfinito, mi lascio cadere sul letto, ed immediatamente mi addormento.



2 commenti:

kurdt ha detto...

Vuoi un consiglio? Inizia a scrivere. Ogni giorno.

King scrisse che scrivere è un lavoro a tutti gli effetti, e non importa quanto poco tu abbia in mente, non lasciare che il foglio rimanga bianco, inizia a scrivere, il resto arriverà da solo, sta tranquillo e non andare in panico.

Driller ha detto...

Ho letto solo ora il tuo commento... che dire? son d'accordissimo. Spesso mi capita di trascurare la scrittura, e quando alla fine decido di dedicarle del tempo, tutte le idee che mi frullavano in testa spariscono. Allora inizio a scrivere una cosa qualsiasi, ad esempio come è stata la mia giornata, e poco per volta la mente si libera... e prima che me ne renda conto mi trovo immerso nella scrittura di un racconto.

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