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Racconti e dintorni...

Il 30 Aprile scadrà il termine ultimo per presentare le proprie opere al Trofeo Rill 2012, ed io sto perfezionando il racconto che invierò per partecipare all'edizione di quest'anno.
Ovviamente non mi è permesso pubblicare il racconto per questioni di regolamento, ma mi rendo conto solo ora che non ho mai pubblicato il racconto che ho inviato l'anno scorso, anche se ero convinto di averlo fatto nel post che feci all'epoca in proposito... no, confermo: ho appena ricontrollato e non avevo pubblicato il racconto... beh, mi sa che ve lo proporrò ora. Occhio che risulta parecchio lunghetto... son circa 21600 caratteri!
Ultima precisazione: ho gia sentito molti pareri su questo racconto, ma questo non significa che non dobbiate commentare ;)
Beh, ho detto fin troppo... Buona lettura!

La Nebbia

E' tardi, sono quasi le tre di notte, e sono ancora sveglio. Dopo cena ho aspettato sul divano, in compagnia di un libro, che tutti andassero a dormire, per potermi concentrare su quel che devo fare. Ma contro tutti i pronostici mia madre, è rimasta in piedi fino alle due e mezza, immersa in chissà quali pensieri, mentre le sue mani esperte lavoravano a maglia, e la tivù ronzava in sottofondo, inutilmente accesa.
Poi finalmente, con uno sbadiglio ha riposto tutto ed è andata a dormire. Rimasto quindi solo, prima di darmi da fare decido di finire il capitolo del libro che sto leggendo per ingannare il tempo. Solitamente quando lavoro ad un nuovo racconto evito di leggere troppo, per paura di rimanere colpito dalle mie letture e importare involontariamente nelle mie opere alcuni dettagli letti altrove. Perciò preferisco leggere un libro già letto in passato, Sotto le Lune di Marte, di Burroughs. E' stato il primo libro che ho letto, e riscoprirlo ogni volta mi aiuta in qualche modo a sintonizzarmi sulla giusta lunghezza d'onda per creare nuove storie. Quando ho terminato la lettura sistemo il segnalibro e ripongo il libro.
Finalmente posso mettermi al lavoro con tranquillità e senza pensieri. Non ho una scadenza di consegna ovviamente, nessuno si sognerebbe di pubblicare gli scialbi racconti fantasy di un trentenne con la sindrome di Peter Pan. Mi viene la tentazione di rimandare ad un'altra volta, ed andare a dormire. Ma non ho sonno, anche se mi sento piuttosto spossato. Ottimo, condizioni perfette per lavorare, ed un motivo in più per non rimandare.
Ho bisogno di oscurità per lavorare, mi permette di ampliare le mie percezioni e lasciare libertà totale alla fantasia. Quindi spengo tutte le luci, permettendo ad un singolo flebile filo di luce lunare di penetrare dalla finestra, fornendomi quel tanto di luce che basta per muovermi nella stanza buia.
Comincio a sistemare la mia postazione di lavoro: prendo la mia poltrona girevole, che chiamo affettuosamente “il trono”, la sistemo davanti alla scrivania su cui sta il computer, e mi ci siedo. Poi allungo la mano, e premo il pulsante di alimentazione del pc. Dopo qualche istante il computer è pronto per lavorare, ed il pallido chiarore del monitor mi rischiara il viso.
E' passato un po' di tempo dall'ultima volta che ho scritto un racconto, e non ricordo se ho lasciato qualche storia in sospeso. Controllo velocemente nel mio archivio, ma la cartella dei racconti da terminare è vuota. Bene, significa che mi aspetta una nuova  sfida. Apro un nuovo documento e mi preparo a scrivere. Poi mi blocco improvvisamente: dimenticavo la musica. Mi serve la mia musica.
Con gesti ormai collaudati da tempo, spingo a terra con le punte dei piedi, e faccio ruotare la poltrona di 90 gradi, in modo da trovarmi rivolto allo scaffale in cui tengo la mia collezione di cd musicali. C'è di tutto, dalla musica metal, al punk, dal trash al country, dalla musica classica al pop. Ma un unica custodia, più grossa delle altre, attira subito il mio sguardo. Allungo la mano e la prendo: è “The Box of Dreams”, di Enya. Una raccolta in tre cd, che ascolto sempre quando inizio un nuovo racconto. Mentre tolgo con delicatezza i compact disc dalla custodia, e li infilo nel vassoio multiplo dello stereo, non posso fare a meno di accorgermi che mi tremano le mani. È sempre così, quando mi accingo ad ascoltare Enya. Le sue melodie hanno il potere di rilassarmi, svuotare la mente di ogni cosa superflua e strapparmi dalla vita terrena, per trascinarmi in altri mondi.
Nella mia testa le canzoni della scatola dei sogni di Enya cominciano a riaffiorare, ed il ricordo della meravigliosa voce della mia cantante preferita già distende il mio corpo.
Manca un'ultima cosa: tiro fuori da un cassetto le cuffie e, dopo aver agganciato lo spinotto allo stereo, me le posiziono in testa in modo che il filo non mi disturbi. Ovviamente non attivo la funzione Random, per lasciare che la mia testa segua inconsciamente l'ordine delle canzoni. Poi spingo il tasto Play e mentre le prime note di Orinoco Flow si riversano nella mia testa, mi giro nuovamente verso il computer, pronto a fare il mio dovere.
Davanti al foglio bianco ed al cursore, che si diverte a giocare a nascondino, prendo un profondo respiro e comincio a concentrarmi: chiudo gli occhi, inclino la testa sul petto, come se mi fossi addormentato, e poggio le mani sulle tempie.
Rimango in questa posizione per diversi minuti, immobile. Sento le vene ai lati della testa che pulsano, ma è solo una delle tante sensazioni che mi trasmette la stanza intorno a me. Allora mi concentro solo sulle pulsazioni delle mie tempie, escludendo man mano ogni altra cosa: nonostante le cuffie, riconosco il brontolio sommesso di mia madre che gia russa nella stanza accanto, il dissipatore del computer che ruotando produce un sibilo leggero, il cane che abbaia ad intervalli per strada, il vento che sbatte lievemente le persiane, la melodia di Carribean Blues, il mio respiro. Percepisco il rallentamento dei battiti del mio cuore, e poco per volta tutto ciò che mi circonda si fa silenzio. Quando non rimane nient'altro che l'incessante ritmo del mio sangue, lancio la coscienza verso l'oscurità davanti a me, il nero confine tra sogno e veglia, alla ricerca di uno spunto creativo per il racconto.
Dapprima permane il buio, l'assenza di colori, e vedo solo Nero. Lo stesso neutrale Nero da cui tutto ha origine e a cui tutto fa ritorno. Poi l'oscurità si rischiara appena, e fa la sua comparsa il Grigio, quella nebbiolina puntiforme onnipresente sotto il velo delle nostre palpebre, che diventa visibile soltanto quando rimaniamo a lungo al buio. Passo dopo passo, il Grigio disegna forme e dimensioni con le sue mille tonalità, e come un vento lascia una scia di polvere, che depositandosi su un suolo invisibile definisce i dettagli di un vasto paesaggio. Quando me ne rendo conto scopro di trovarmi come per magia su una piana rocciosa e deserta, completamente priva di arbusti o altre forme di vita. Lo spazio sopra di me è denso di oscurità, immobile. La sua visione tuttavia non mi intimorisce, anche se mi da l'impressione di guardare dritto negli occhi dell'infinito.
D'un tratto il Grigio, allontanatosi per un attimo chissà dove, ritorna, e comincia a delineare una figura a distanza di pochi passi dalla mia posizione. Ed ecco apparire un Cancello, un'intrico di lamine sottili e ben lavorate, che disegnano figure senza significato. Il Cancello, i cui cardini d'argento si sorreggono all'oscurità di due pilastri mastodontici, che si perdono verso l'alto.
Poi accade, improvviso ed istantaneo quanto inaspettato: mi vedo, vedo me stesso dall'alto, come se fossi uscito dal mio corpo, e questa visione mi paralizza. Ma non mi riconosco nella persona che vedo, nonostante non ci siano dubbi che si tratti proprio di me. Rimango lassù, sospeso a mezz'aria, ad osservare quell'uomo, che dopo qualche istante si muove verso il Cancello. Quando lo ha raggiunto lo spalanca senza esitazione, e lo attraversa.
Dopo qualche attimo di silenzio, lentamente ritrovo il controllo del mio corpo e scendo a terra. Mi ritrovo nel punto esatto in cui il mio doppio si trovava pochi istanti prima, senza rendermi conto di come effettivamente ho fatto.
Guardo verso il Cancello, scorgendo nuovamente l'altro me stesso, fermo e con gli occhi fissi davanti a se. Seguendo la direzione in cui è rivolto il suo sguardo intravedo una foschia bianca a qualche metro oltre il cancello, una soffice nuvola candida in perpetuo movimento. Spinto dalla curiosità faccio per avvicinarmi, ma il mio alter ego si accorge della mia presenza, ma voltandosi non ha alcun segno di stupore. Mi ferma con un gesto della mano e mi parla.
- Non ti è permesso varcare la Nebbia.- dice con una voce che riconosco come la mia.
Io insisto, ma lui scuote la testa, deciso.
- Sono a conoscenza di ciò che vai cercando - aggiunge, - Ma è mio compito attraversare la Nebbia per riportarti l'oggetto della tua ricerca.
Io non capisco le sue parole, ma un senso di fiducia mi porta ad annuire. Lui, per tutta risposta mi lancia un'occhiata seria, una sorta di ammonimento a non seguirlo. Poi si volta e si inoltra nella foschia, scompigliandone lo strato esterno.
Un attimo dopo la nebbia si è ricomposta, ed è come se il mio alter ego non fosse mai esistito. Ma il Cancello è ancora aperto, a voler testimoniare il passaggio di qualcuno. Con ancora le parole del mio doppio nella mente, mi ritrovo a pensare alla mia vita, ad i traguardi raggiunti, alle vittorie conquistate, ma anche alle delusioni ed ai fallimenti, inevitabili rovesci della medaglia a cui l'essere umano è esposto durante il suo cammino sulla strada del perenne miglioramento. E mentre i ricordi mi assalgono, passano veloci i minuti, ma dell'altro me nessuna traccia. Prendo a  passeggiare avanti ed indietro, nervosamente, immerso nei miei pensieri.
Infine la curiosità ha il sopravvento, e con circospezione mi avvicino al Cancello, per rimirarne gli stupendi disegni artistici. Ma c'è ben poco da guardare: sia i fregi che ricoprono la superficie del Cancello che gli intarsi sugli enormi pilastri neri che lo sorreggono sono quasi scomparsi, rovinati dallo scorrere incessante delle ere. In realtà non ho interesse in queste decorazioni. Il mio è solo un goffo tentativo di dissimulare il vero obiettivo: avvicinarmi alla Nebbia.
Quando finalmente supero il Cancello ed arrivo davanti alla nuvola bianca, mi assale un senso di riverenza, come se intuissi in lei una forza che sfugge alle mie percezioni. Allungo una mano tremante nella foschia, e subito questa si agita e si muove, ritraendosi, come se volesse evitare qualsiasi contatto con me.
Rimango un attimo titubante, poi riprovo, ma il risultato non cambia, e la Nebbia si sposta per non farsi toccare. Tento  una terza volta, stavolta con più dolcezza, e finalmente riesco a scostare lateralmente un lembo di Nebbia, come se fosse una tenda.
Sbircio oltre il piccolo varco che ho aperto, ed il mio sguardo si posa su un mondo sconosciuto, abitato da umanoidi alti ed eterei, dotati di grandi ali piumate. Queste creature dominano i venti, cavalcano le nuvole, volteggiano con gli uccelli. Non c'è un punto sulla superficie di questo mondo che gli uomini volanti non possano raggiungere con le loro forti ali. Esse sono l'incarnazione della libertà, e sorreggono le creature con grazia in eleganti acrobazie tra i raggi del sole. Mi perdo negli incredibili arabeschi che sanno creare tra le nuvole, con le loro giocose evoluzioni, e noto che comunicano con un linguaggio tutto loro, fatto di planate, sbattere d'ali e picchiate.
Ma scorgo sul loro volti un'ombra, espressioni preoccupate che non presagiscono nulla di buono. Ed ecco che infatti, quasi evocate dai miei pensieri, delle strane figure scarlatte arrivano da oltre l'orizzonte a muovere guerra. Il cielo si tinge di rosso, mentre un tramonto di sangue fa da spettatore ad una cruenta battaglia tra gli uomini volanti e le misteriose creature rossastre. Disgustato dalla distruzione della libertà che gli uomini volanti rappresentano, piuttosto che dalla crudeltà dello scontro, distolgo dolorosamente lo sguardo per un'istante.
Quando mi giro nuovamente a guardare dal varco nella Nebbia, la visione è cambiata, e dinnanzi a me si erge un altro meraviglioso mondo, totalmente verde, in cui la natura ha preso il sopravvento. Qua e la, attraverso le fronde di maestosi alberi, si possono intravedere scheletri metallici di antichi edifici squadrati, tristi monumenti del passato, tutto quel che resta di una civiltà scomparsa misteriosamente. In mezzo a loro si muove un gruppo di animali mai visti prima, completamente a loro agio in questo scenario post apocalittico. E mentre brucano l'erba, un predatore li avvista, ma stranamente avanza verso il branco senza preoccupazioni, quasi come se non gli interessasse passare inosservato, quasi come se non fosse a caccia. Poi capisco: l'equilibrio di questo mondo è così perfetto che ogni creatura che lo abita si sottomette al suo volere, fino a sacrificare senza remore la propria vita per preservarlo.
Come a voler confermare la mia intuizione, il predatore, ormai giunto a pochi passi dal suo bersaglio, lo agguanta e lo trascina a terra con tranquillità. La preda non emette un lamento, e si fa uccidere senza opporre resistenza. Il resto del branco agisce come se nulla stesse accadendo, mentre la fiera si accinge a consumare il corpo della sua preda, ormai priva di vita. Io rimango incredulo di fronte a questa estrema manifestazione dell'equilibrio universale, una tale forza da non poter essere sottomessa da niente e nessuno.
Pochi istanti dopo gli animali si agitano all'improvviso, e cominciano a fuggire da tutte le parti, in ordine sparso, come colti da un panico surreale. Non senza una punta di terrore mi chiedo cosa possa aver scatenato una reazione così estrema in quelle creature, che poco prima non si erano quasi neanche accorte della morte di un loro simile.
Alzando gli occhi cielo ho la mia risposta: dalla parte opposta al Sole, una enorme palla di fuoco si avvicina veloce e minacciosa. Nonostante tutto, sembra che anche questo mondo stia per conoscere la fine. Infatti, dopo qualche istante, del mondo verde e rigoglioso non rimane altro che cenere e distruzione.
Mentre contemplo quel triste ambiente devastato, sento come se ciò a cui ho appena assistito sia servito ad imparare il vero significato della vita. Ma la lezione è stata troppo crudele, ed avverto qualcosa spezzarsi in me. Una prima lacrima sincera scende giù per la mia guancia, seguita immediatamente da molte altre. Il pianto offusca la mia vista, e sono costretto ad asciugarmi le lacrime, lasciando che la Nebbia si chiuda. Ma lo faccio con piacere, perchè in quel mondo non è rimasto più niente da contemplare.
Passano alcuni minuti, e credo di non avere più la forza di riaprire il velo di Nebbia. Ho paura. Un terrore primordiale, che mi attanaglia. Temo che se guardassi nuovamente oltre lo strato di Nebbia potrei assistere ad un altro disastro, e sono sicuro che non lo sopporterei. All'improvviso una vertigine mi sottrae le forze, ed in men che non si dica cado su un ginocchio, nel disperato tentativo di restare in piedi. Ma non ci riesco, e mi ritrovo a terra, sdraiato sulla schiena, gli occhi fissi sullo spazio nero in cui dovrebbe esserci il cielo. Rimango così, immobile, attendendo soltanto che il mio alter ego faccia ritorno. Ma dopo alcuni interminabili minuti in cui non succede assolutamente nulla, mi ritrovo a riflettere sulla vera natura della foschia oltre il Cancello. Da dove proviene? quali misteri racchiude?
Ci penso a lungo, tento davvero di darmi una risposta, ma non ci riesco.
Non so rispondere a queste domande, ma sono ormai convinto che la Nebbia funzioni come un occhio, puntato verso vari mondi. Che questi mondi siano reali o frutto della mia immaginazione non posso dirlo.
Non credo neanche che continuare ad osservare attraverso la Nebbia possa aiutarmi a scoprire qualcosa sulla sua natura, ma non ho altro modo per ingannare l'attesa, e sento che per uscire da questo posto ho bisogno di aspettare il ritorno dell'altro me. Allora mi alzo, e torno alla mia postazione di osservazione. Qui faccio per allungare la mano verso la Nebbia, ma in un attimo di esitazione la ritraggo. Stringo la mano, mi faccio forza e riprovo, arrivando a sfiorare la Nebbia con le dita. Ma a quel contatto il ricordo della fine due mondi vista poco prima mi frena nuovamente. Faccio qualche profondo respiro, e scaccio via il panico che cominciava a invadermi. Poi riprovo, e stavolta riesco ad aprire nuovamente un varco nella foschia.
Dapprima non vedo altro che uno spazio vuoto, privo di qualsiasi cosa. Ma dopo qualche istante lo spazio si distorce, ed infine mi appare la visione di un mondo avanzato tecnologicamente, abitato da esseri di molteplici razze. Innumerevoli civiltà dividono questo mondo, in completa armonia tra loro. Unendo i loro sforzi hanno imparato ad imbrigliare potenti fonti di energia, che li rendono capaci di viaggiare nello spazio attraverso le stelle. Non vedo esseri umani tra loro, ma non ci penso più di tanto.
Rimango a lungo ad osservare questo mondo, in cui i suoi abitanti si muovono come tante formiche affaccendate, e sono sul punto di convincermi che almeno questo mondo riuscirà a sopravvivere.
Poi, una esplosione sbriciola questo pensiero prima ancora che si sia formato del tutto, e nella visione appaiono gigantesche astronavi da guerra dalle forme più disparate. In pochi istanti il mondo che osservo viene messo a ferro e fuoco, i suoi docili abitanti uccisi o schiavizzati, e la pace, che fino a quel momento aveva regnato, viene sostituita da una tirannia spietata ed insensata.
Questa volta non piango, seppur la tristezza mi assalga il cuore.
Mi trovo faccia a faccia con la più grande domanda mai posta: Perchè?
Perchè scoppiano le guerre? Perchè la gente muore? Perchè una razza sconosciuta ha attaccato ed annientato un mondo pacifico che non ha mai avuto propositi di conquista verso altre civiltà?
Mi perdo in un fiume di pensieri, quesiti senza risposta e risposte per nessuna domanda. Mi vorticano attorno concetti e idee, tra le cause più diffuse di una guerra alle logiche di sopravvivenza di ogni essere vivente. Il vortice dei pensieri mi blocca i movimenti ed il respiro. Mi impegno per cercare di non affogare in questo fiume di idee e conclusioni possibili, ma la corrente è troppo forte, ed è come se un vero fiume in piena si sia materializzato e mi abbia investito. Mentre le ultime forze mi abbandonano, un pensiero, come un salvagente, si fa strada tra le onde di questo fiume: c'è sempre spazio per la pace. Mi aggrappo allora a questa unica ragione di esistere, questo lembo di terraferma che può salvarmi. Mi tiro su con tutte le mie forze e mi sento finalmente in salvo. Svengo subito dopo.
Quando riprendo conoscenza mi ritrovo nuovamente sulla piana rocciosa. Davanti a me, distante come non lo ricordavo, il Cancello d'argento spalancato, che svelava, oltre la sua soglia, la foschia misteriosa. E proprio in quell'istante, così come era sparito, l'altro me stesso riemerge dalla Nebbia, lasciandola chiudersi dietro di se.
Mi vede, e subito si dirige verso di me. Dalla sua espressione mi rendo conto che SA. Sa che ho guardato attraverso la nebbia, sa che gli ho disobbedito, sa che ho pianto. Addirittura, sa del fiume di emozioni che mi ha travolto. Anzi, sapeva fin dall'inizio che avrei guardato, ed un dubbio si forma nella mia testa: sapeva anche cosa avrei visto?
Giunto a pochi passi da me, il mio alter ego si ferma e mi guarda, senza dire niente. Si limita solo a sorridermi, allungando una mano verso di me, e porgendomi una pergamena tenuta chiusa da un nastro bianco. Io lo guardo con aria interrogativa, senza muovermi.
- Ti ho portato quello che cercavi. - dice Lui con voce tranquilla, agitando la mano come a sottolineare le sue parole.
Allora prendo velocemente la pergamena, quasi strappandogliela dalle mani, e decido di aprirla immediatamente. Ma il mio alter ego mi ferma.
Non hai bisogno di leggerla - dice. - Sai gia cosa essa contiene. -
Non gli do ascolto, e faccio per slegare il nastro, quando Lui mi poggia dolcemente una mano sulla mia, bloccandone i movimenti.
Hai guardato nella Nebbia e ne sei uscito quasi distrutto, senza averne
compreso il significato. Cosa ti fa pensare che con la pergamena non ti succederà la stessa cosa? - l'altro me stesso mi guarda negli occhi mentre mi rivolge queste parole. Poi, prima di lasciarmi la mano mi parla un'ultima volta.
- Fidati di te stesso. - dice, sorridendomi.
Non sono sicuro di aver capito, ma sento che ha ragione. Lo ringrazio e mi allontano, tornando nell'oscurità.
Immediatamente arriva il Grigio, che in precedenza aveva disegnato i contorni di quel posto speciale, ed inizia a cancellare tutto. Quando mi giro per l'ultima volta, Lui è ancora li, davanti al cancello, che mi guarda e mi sorride. Poi il Grigio lo raggiunge, e l'ultima cosa che cancella è la sua bocca, piegata in un sorriso.
Quando riemergo dal sogno ed apro gli occhi, la prima cosa che vedo è un bianco paradisiaco, che mi ferisce le pupille. Subito dopo sento le note dell'ultima traccia della raccolta di Enya, “Smaointe”, e mi accorgo di essere tornato. Scopro che il bianco accecante non è altro che lo schermo del computer, sul quale il ritmico pulsare del cursore mi ammicca con complicità. Alzo lo sguardo verso l'alto, sospirando. Rimango così fino al termine della canzone, poi mi levo le cuffie e faccio un paio di respiri profondi. Mi torna in mente la pergamena ma attorno a me non la trovo. Che sia stato tutto un sogno? forse la stanchezza mi ha giocato un brutto scherzo, ed in realtà mi ero solo assopito. Poi, come guidato da un istinto naturale, chiudo gli occhi, ed immediatamente la vedo, li davanti a me, aperta. Il nastro che la richiudeva è sciolto, forse a causa del mio ritorno dal mondo dei sogni. La pergamena mi rivela tutto il suo misterioso contenuto. Io leggo avidamente, ma dopo poche righe mi accorgo con meraviglia che Lui aveva ragione: conoscevo già da tempo il contenuto della pergamena.
Un senso di benessere mi invade, ed un sorriso spontaneo mi si accende sul volto. Il suo sorriso. Mentre riapro gli occhi, le parole della pergamena si fissano nella mia testa, e subito dopo le rivedo, chiare come se fossero gia scritte, sul foglio bianco del mio racconto, ancora da iniziare. Sorrido un'ultima volta e poi, con gesto quasi automatico, le mie mani cominciano a battere sulla tastiera.

3 commenti:

kurdt ha detto...

Mattì, ma che racconto deve essere? Voglio dire, deve avere uno stile o qualcosa del genere? Un argomento?

Driller ha detto...

Un racconto di fantasia... può essere horror, fantascientifico, giallo, noir, e tutti gli stili che vuoi... basta che sia entro le 21600 battute e contenga elementi chiaramente fantastici... per altri dettagli leggi qui:
http://www.rill.it/?q=node/3

Driller ha detto...

Comunque ammetto di non aver ancora letto il tuo racconto in più parti, ma spero tu non stia pensando di farlo partecipare al concorso, perchè risulta sicuramente troppo lungo (21600 battute sono all'incirca 9 pagine a carattere 16), e sarebbe un peccato metterci mano per ridurlo...

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